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Death Stranding: la recensione chirale

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La recensione del nuovo parto della mente di uno dei Game Designer più geniali di sempre: Hideo Kojima presenta Death Stranding...

Death Stranding. Cos’è Death Stranding? Ce lo siamo chiesti per mesi, anni addirittura, senza trovare quasi mai una spiegazione accettabile che provenisse dal Maestro. Kojima-san, infatti, s’è tenuto per lui quasi tutto, mostrandoci ciò che voleva, facendoci impazzire di curiosità. Sono venute fuori moltissime affermazioni “provocatorie”, volute o meno. “Non siete pronti”, “ci sarà un prima ed un dopo Death Stranding”, “Kojima ha scoperto il terzo segreto di Fatima e ne ha fatto un videogame”. Ok, forse quest’ultima non è stata proferita, ma poco ci mancava. Certamente, di tutte le dichiarazioni pre-lancio, una ci azzecca più di tutte: c’è un prima ed un dopo Death Stranding. Perché sì, il titolo di Kojima Productions innova e pone le basi per qualcosa di nuovo, di straordinariamente coinvolgente ed efficace, seppur non esente da difetti. Iniziamo il viaggio verso Ovest, con la recensione di Death Stranding targata NerdPool.it.

Tomorrow is in my hand
Tomorrow is in My hand.

Tomorrow is in your hands.

Death Stranding, in questa recensione cercherò di spiegarlo, è un viaggio. Emotivo, profondo, mirato, pieno (ricolmo) di messaggi sociali e politici, con rimandi meta-videoludici. Infarcito di tutta l’essenza di Hideo, di tutta la sua creatività, Death Stranding è la summa delle capacità di Kojima, è il suo orgasmo videoludico.

Uno dei primi momenti di Death Stranding, dove realizziamo che la colonna sonora ci colpirà in faccia.

La storia ci presenta Sam Porter Bridges, un corriere. Sam consegna le cose, è molto bravo nel suo lavoro, in un mondo dove la società è ridotta a brandelli, e dove tutto ciò che conosciamo è smarrito, perduto, arso. Un evento ha scosso il globo, ha sbriciolato le telecomunicazioni, internet, persino le persone e la terra sono in frantumi, alla ricerca di una strada per la sopravvivenza. Il Death Stranding, l’evento che ha cambiato tutto, e tutti. Negli Stati Uniti, che non sono mai Stati (così) Divisi, una organizzazione con a capo il Presidente americano in persona, cerca di ricostruire la nazione. La Bridges, nemmeno a dirlo, sta cercando di costruire dei “ponti” per connettere gli avamposti rimasti, dove le ultime persone lottano per andare avanti. Sam è il carburante della speranza, lui è l’unico con il coraggio – o l’incoscienza – per portare a termine il lavoro: riconnetterci tutti.

Death Stranding Recensione - Panorama
Uno scorcio iniziale: Death Stranding è pieno di panorami mozzafiato.

Gameplay is in your hands.

Una delle caratteristiche più discusse del titolo di Kojima-san, dal principio, è stata quella di chiedersi insistentemente “Sì, bello, ma cosa si deve fare in questo gioco?!“. Giusta osservazione, trattandosi di un videogame, e quelli che lo chiamano “Bartolini-Simulator” sono sicuramente simpatici, ma decisamente non hanno capito una virgola del titolo. Death Stranding è un nuovo genere, perché introduce caratteristiche di gameplay innovative, specie nel comparto online, del quale parleremo un po’ più avanti. Il gioco procede con step predefiniti, e se prima del terzo capitolo non avremo chiare molte cose, è da lì in poi che il titolo esplode e mostra tutto ciò che è capace di offrire. Consegne da una parte all’altra della nazione, recupero di materiali smarriti, combattimenti non-letali, scontri esoterico-spirituali con le entità chiamate BT (o CA, nella versione italiana). Death Stranding è un percorso. Non si può descrivere la sua giocabilità senza andare a toccare le corde della narrazione, del contesto ambientale.

La vista del primo avamposto, in lontananza, offre un saggio della gestione della profondità di campo.

Unendo pian piano i puntini, nel mosaico della trama socio-fanta-politico-sci-fi di Hideo, scopriremo di poter connettere gli avamposti – e le città rimaste – tramite il nostro Q-Pid. Internet non esiste più, la connessione avviene attraverso la Rete Chirale. Essa è un web all’ennesima potenza, che consente la trasmissione istantanea di dati, inclusa la riproduzione di oggetti con le stampanti chirali. Come le attuali stampanti 3D, esse possono creare ogni prodotto che abbia un progetto ed i materiali sufficienti. Connettendo sempre più luoghi, saliremo di livello, avremo accesso a tecnologie maggiori, nuovi progetti, nuove costruzioni e veicoli, ed i viaggi diventeranno sempre più rapidi ed emozionanti.

Nelle nostre peripezie siamo accompagnati dall’Odradek e dal Bridge Baby. Il primo è uno scanner ambientale che rileva tutto ciò che ci circonda, inclusi materiali ed oggetti smarriti in giro per il mondo, mentre il secondo… beh, il secondo è un feto. Un bambino racchiuso in una capsula, uno strumento che ci permette di rilevare le terrificanti CA, le entità sovrannaturali provenienti da un altro piano dell’esistenza, mescolatosi al nostro dopo il misterioso Death Stranding. E fate attenzione alla pioggia, è un consiglio: non rovina solo il prezioso carico trasportato, ma anche la pelle. E la vita.

Il Bridge Baby è connesso a noi, in un modo più profondo di quello che possiamo immaginare.

Scarpinare in giro per le lande americane non è poi così semplice e banale. Importante la gestione del carico sulle spalle ed agganciato alla tuta, se supera un certo limite è fisiologico sbilanciarsi e rischiare di cadere rovinosamente, anche perché il terreno non è tutto pianeggiante. Non solo: i nostri stivali si consumeranno, come le eventuali corazze o le casse del carico trasportato, specialmente se bagnati dalla Cronopioggia.

Oltre alle già menzionate CA, bisognerà fare molta attenzione ai MULI ed ai Terroristi, avversari ben più umani delle oscure entità, seppur con una IA non proprio sopraffina. Questi ultimi, infatti, hanno conquistato diversi territori in giro per la nazione e sono particolarmente ostili nei confronti dei malcapitati come noi. Grazie alla gestione degli armadietti condivisi con gli altri giocatori, però, possiamo donare e ricevere attrezzature o armi, o addirittura carichi smarriti da consegnare. E non spaventatevi qualora doveste morire sotto le grinfie di una CA… non c’è morte nel cuore di un riemerso.

Moltiplayer is in your hands.

Ciò che colpisce di Death Stranding, oltre una perfetta ambientazione post-catastrofe mai banale, è il suo comparto online. Non è possibile definirlo Multiplayer, ma mi sento di definirlo un Moltiplayer. Con la “O”. Nei classici multiplayer, possiamo confrontarci con altri giocatori, o intravederne le sagome (la saga di Dark Souls, per dire), combatterli, cooperare, osservarli. Qua no, nel complesso comparto online ideato da Kojima siamo singole entità, connesse tramite dei fili invisibili, degli strands. Ogni nostra costruzione può essere “valutata” a suon di Likes (o “Mi Piace“, che dir si voglia), così come noi possiamo farlo con le costruzioni degli altri giocatori. Il moltiplayer è asincrono e progressivo, ciò significa che nessuno troverà al primo capitolo le costruzioni di giocatori già arrivati al terzo, né tecnologie più avanzate del loro percorso, o veicoli.

La costruzione delle strutture è fondamentale per sopravvivere in Death Stranding.

Insomma, i parametri sono studiati in modo sopraffino, e la cooperazione con gli altri è vitale per la sopravvivenza. Una torre d’osservazione è importantissima per studiare il territorio, così come un generatore risulta essere imprescindibile per ricaricare le batterie dei veicoli – che sono tutti elettrici. Più interazioni vi saranno con le vostre strutture, più guadagnerete punti per salire di livello, così come più interagite con le altre strutture e più i giocatori vedranno i vostri costrutti, e potranno interagirvi.

Il paradigma della lotta all’isolazionismo socio-culturale deve essere sconfitto con i simboli del medesimo: i Like e l’approvazione da social network. Un messaggio forte, fortissimo, una critica sociale, ma anche politica, come scopriremo nel corso del gioco. Oltre alle strutture come generatori, torri, ricoveri e quant’altro, possiamo trovare i carichi smarriti degli altri giocatori; portandoli al legittimo destinatario (quindi completando la consegna al posto dei nostri inaffidabili amici), guadagneremo Likes che andranno ad incrementare il nostro livello. Nel livello globale, infatti, sono inclusi diversi rami che crescono con il completamento di determinate consegne.

Death Stranding Recensione
Una schermata di progressione del livello.

Nondimeno, è piuttosto frequente trovare veicoli “abbandonati” dai nostri colleghi asincroni, e spesso sono una manna dal cielo, perché ricordate che la cronopioggia rovina tutto, dai pacchi ai veicoli, fino alla vita stessa.

Death Stranding Recensione
Una corsa su una Tre Ruote è sempre una ventata d’aria fresca.

Technique is in your hands.

Al culmine dell’attuale generazione, ci si aspetta sempre molto dalla caratura tecnica di un titolo, specialmente se parliamo – come in questo caso – di produzioni Tripla A. Grazie alla collaborazione con i Guerrilla (e con Sony), la produzione di Kojima risulta essere tra i top della generazione, senza ombra di dubbio. Ben ottimizzato (specie se avete una PS4 Pro, la quale non risentirà degli sforzi), con una profondità di campo eccellente ed un comparto grafico di altissimo livello. Grazie ad alcuni “trucchetti” – che i Guerrilla sanno usare benissimo – l’impatto visivo è straordinario: pulizia, panorami mozzafiato, illuminazione dinamica ben realizzata, benché a volte sbuchino alcune textures meno rifinite, o qualche personaggio sia povero di dettagli. Questioni di secondaria importanza, che non vanno ad inficiare un lavoro pregevolissimo, che ci immerge totalmente nell’atmosfera di Death Stranding.

Death Stranding Recensione
La sensazione che si prova nell’osservare la città in lontananza è semplicemente inebriante. Tutto ciò che ha comportato arrivare fin laggiù, viene riversato in una visione ricolma di quiete, dandoci un senso di sollievo impagabile.

Anche l’orecchio vuole la sua parte, però, ed ecco entrare in gioco l’OST. Timefall, l’album di 8 brani che fa da colonna sonora al gioco, è davvero meraviglioso. Dai Chvrches agli S.L.P., passando per Alan Walker, i pezzi sono tutte scelte azzeccate ed intonate con l’avventura che andremo a vivere, ma non solo; oltre Timefall, sono presenti anche molti altri pezzi che rendono le scarpinate di Sam molto meno angoscianti, e che accompagnano le nostre emozioni passo dopo passo. Impossibile dimenticare “Bones“, dei Low Roar (dei quali troviamo anche altri brani), o “Asylum for the Feeling“, dei Silent Poets, pezzi che rimangono in testa anche dopo aver spento la console.

Un trasporto urgente con Hovercarri al seguito, teneri e piccoli strumenti a volte indispensabili. Vedete l’arcobaleno al contrario nel cielo? Ecco, quello è il segno di qualcosa di terribile. Molto terribile.

Insomma, possiamo certamente dire che Death Stranding sia una gioia per gli occhi, ma anche per le orecchie. Il titolo di Kojima, sotto il profilo prettamente tecnico, mantiene assolutamente ogni aspettativa che s’era guadagnato nel corso degli ultimi mesi.

Actor’s Studio is in your hands.

Abbiamo analizzato parti tecniche e di gameplay, ma è assolutamente doveroso soffermarsi sulle interpretazioni dei personaggi. Come già abbiamo accennato (e come non faremo ulteriormente per evitare spoiler, visto che Death Stranding è un gioco da vivere, assolutamente), la trama è intensa, profonda, articolata. Spaziando da una tragedia simil-apocalittica, tocca vari temi: socio-culturali, politici, religiosi, quasi mistici, e morali. Tutto questo non sarebbe stato assolutamente all’altezza di com’è risultato senza l’interpretazione magistrale di alcuni attori che hanno prestato i volti e le parti ai loro alter-ego digitali.

Norman Reedus, il nostro Sam Porter Bridges, si è rivelato espressivo, carismatico ed empatico, come forse non ci aspettavamo. Léa Seydoux, che interpreta Fragile, è forte, dura, intensa, emozionale, e dolce. Mads Mikkelsen, invece, è fuori scala. Probabilmente la miglior interpretazione attoriale in un videogioco, Mikkelsen interpreta Clifford, un militare legato al nostro Bridge Baby, e la resa della sua parte in Death Stranding è veramente spettacolare.

Death Stranding Recensione
Clifford Unger, un veterano di guerra. Interpretazione mastodontica di Mads Mikkelsen.

Non sono solo loro, però, ad avere il merito di reggere la storia del titolo marchiato a fuoco da Kojima. Un grande lavoro anche di Margaret Qualley, Lindsay Wagner e Troy Baker, senza dimenticarci di Guillermo del Toro (Deadman) e Nicolas Winding Refn (Heartman), tutti immedesimati alla perfezione nella tela del ragno.

Time is in your hands.

È bene specificarlo: entrando nello spirito del gioco, non vi basteranno 60 ore per giocarlo in modo “serio”. Sarete coinvolti ed immersi nella riconnessione di tutti gli avamposti, chiamati a portare aiuto e speranza negli angoli più remoti degli (ex) Stati Uniti. Le UCA (le Città Unite d’America) devono essere riformate, la rete chirale dev’essere espansa, e voi dovete assolutamente arrivare ad ovest. La missione è troppo importante per lasciare le cose al caso e per “correre” verso l’endgame, Death Stranding va vissuto con il giusto sapore, con la giusta ansia di incontrare la morte (anzi no). Il tempo è una dimensione importantissima, a partire dalla Cronopioggia – che invecchia tutto ciò che bagna – passando per la Spiaggia, senza dimenticare i piani dell’esistenza.

Va bene la gestione del tempo, ma dopo esserci fatti il c*** a tana di grillo, possiamo spararci un bagno termale? Possiamo?!

Un consiglio spassionato: perdetevi in Death Stranding. Prendetevi il tempo di esplorare un fiume che scorre, di capire cosa succede quando vi scontrate con una CA, quando la sconfiggete, e quando non ci riuscite. Affacciatevi su un cratere e specchiatevi nel dramma del disastro irreparabile. Non correte sempre avanti verso la fine, lasciate un Like alle strutture degli altri, ai loro cartelli interattivi, aiutate un anziano, portate il materiale ad un ingegnere, o un vestito ad una Cosplayer. Scoprite gli anfratti con gli avamposti non segnalati, cercate le schede di memoria del passato, personalizzate le strutture con gli ologrammi sbloccati, ascoltate della musica. Divertitevi nella stanza privata di Sam, con Sam.

L’italiano è nelle vostre mani.

Per una volta, in un gioco targato Hideo Kojima, abbiamo una completa localizzazione del titolo, doppiaggi inclusi. Chiaramente, escludiamo l’esperimento davvero poco riuscito del primo Metal Gear Solid, quindi diciamo che per una volta abbiamo una traduzione di livello. Come da caratteristica del game designer nipponico, parliamo di qualità elevatissima. Nonostante i puristi del genere prediligano l’inglese magari sottotitolato (a proposito, Hideo, le scritte dei testi la prossima volta un pelo più grandi, magari), dobbiamo dire che la localizzazione nella nostra lingua è davvero eccellente. Anche se ci sono alcuni termini che variano senza averne necessariamente bisogno (le terrificanti BT diventano CA, in italiano), tutto il lavoro è degno di stima.

Death Stranding Recensione
Il contributo dei Guerrilla si nota. Giusto un pizzico. Piccoli easter eggs, come di consueto, crescono. E crescono bene.

Questo, poi, significa che possiamo gustarci tutta la narrazione delle vicende senza perdere mai il filo.

C’è nessuuuuuunooooooo? È bene provare ad urlarlo, ogni tanto.

Dunque, è tutto al posto giusto? È un gioco perfetto? Non perfetto, perfettibile, ma presenta alcuni difetti, anche se certamente non vanno a minare la qualità di un grandissimo gioco, tra i migliori della generazione.

Final Judgement is in your hands.

Death Stranding è un gioco eccelso, sotto molti punti di vista. È capace di raccontare una storia al modo di Kojima, è capace di rapire e di immergervi in un mondo da “riconnettere“, è in grado di portarvi a riflettere su molti temi sociali e culturali. Su temi religiosi, o spirituali. È un’analisi della società intrisa di critiche e tributi, di omaggi e riflessioni; ritrovando le schede di memoria sparse per il gioco, per esempio, avremo dei tributi che Kojima offre agli autori o agli oggetti status-symbol del nostro tempo, che hanno influenzato i suoi lavori. Perfetto simbolo della connessione tra menti e produzione autoriale, Death Stranding è la sintesi di quello che Hideo ha sempre voluto fare. Stupire, intrattenere, rendere il videogioco un medium che esca dai monitor e dalle console per andarvi dritto allo stomaco, per trasmettere ciò che libri e film fanno già in modo egregio, con un “di più”: l’interattività di condurre lo spettacolo, con le vostre mani.

Death Stranding Recensione
I pellegrinaggi di Sam lo porteranno anche sulle cime innevate di Mountain Knot City, l’avamposto montano delle UCA.

Come dicevamo, però, non è un titolo esente da difetti. In primis, ha un comparto grafico davvero curato, ma alcune piccole cadute di qualità su alcuni personaggi e su alcune textures, anche se era difficile essere perfetti con una mole simile. L’intelligenza artificiale degli NPC avversari non è poi così straordinaria, non sarà infatti complicato avere ragione di interi campi di MULI o Terroristi, anche senza particolare difficoltà. Il combat system, anche se non è un action, non verrà ricordato certamente negli annali, non è presente nemmeno il sistema di lock degli avversari.

Gli stabilimenti della Bridges sono colossali.

La fisica dei veicoli, poi, è rivedibile, perché sovente paiono saltellare come fossero di plastica, o cartapesta; va bene che sono prodotti con stampanti chirali, ma insomma, non sono molto credibili in alcune occasioni. Infine, c’è la questione tanto discussa, quella del gameplay: è noioso? Bisogna camminare molto? Indubbamente il pellegrinaggio di Sam è un punto fondamentale per immergersi nell’avventura e comprendere la difficoltà della missione, ma a molti potrebbe non andar giù dover macinare chilometri e fare la spola come un vero e proprio corriere. Certo, detto così, ogni gioco è criticabile, perché il gameplay non è soltanto premere dei tasti per saltare e sparare, o correre, o calciare un pallone. Al giorno d’oggi, è molto di più, deve esserlo.

Hideo Kojima is in your hands.

Il videogioco, come medium, merita di evolvere, merita di aspirare a qualcosa di più delle canoniche simulazioni di guerra o di calcio, o dei classici platform. Anch’essi sono certamente i ben accetti, se realizzati con cura, ma i titoli come Death Stranding sono necessari. Segnano i punti di svolta nell’intrattenimento, nella classificazione del videogioco e dei suoi generi, insomma: sono i cardini.

Un bagno termale sui monti? Niente di meglio per rigenerarsi totalmente.

Death Stranding è l’evoluzione del videogioco, dei suoi modi di raccontare le storie, dei suoi modi di interazione sociale e digitale. È una critica alla società dell’isolazionismo e dei social-network, delle divisioni culturali. Un monito. È un meta-videogioco, uno di quelli che escono dal monitor e ti vengono a prendere. E quando ti lasciano andare, non sei più lo stesso.

C’è un prima ed un dopo il Death Stranding. Così nel gioco, così nel mondo dei videogames.

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