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Amnesia: Rebirth – La “terrificante” recensione

Amnesia: Rebirth resta un titolo consigliato ai fan del primo gioco ma anche a chi non conosce la saga. Pur non creando la forte tensione del precedente, riuscirà a regalarvi una storia emozionante e ben scritta, con uno stile e ambientazioni di grande impatto. Il gameplay e alcune meccaniche di gioco non risultano funzionali nel trasmettere terrore al videogiocatore ma non sono da buttare, la base di Amnesia: The Dark Descent è presente e qualche spavento per i più sensibili è assicurato.

Nel 2010, i ragazzi di Frictional Games realizzarono un’opera che rivoluzionò il genere horror, intitolata Amnesia: The Dark Descent, un viaggio nelle profonde oscurità della mente umana, turbando molti videogiocatori. Il gioco, interamente in prima persona, costrinse a sfidare la paura del buio, utilizzando lanterne e acciarini per sopravvivere. L’ansia era costante, oltre ai nemici alle nostre calcagna, avevamo anche la meccanica della sanità mentale; stando troppo al buio, iniziavano a verificarsi allucinazioni visive ed uditive e il giocatore veniva notato dai mostri più facilmente.

Amnesia: The Dark Descent ha avuto uno forte influenza su titoli come Outlast, Layers of Fear, Call of Cthulhu e molti giochi horror indipendenti. La maggior parte dei recenti videogiochi dell’orrore prende spunto dalle meccaniche nate da Amnesia, divenuto ormai lo standard odierno, senza però portare nessuna novità nel genere.

Dopo 10 anni, escludendo Amnesia: A Machine for Pigs, realizzato da un altro team nel 2013, abbiamo la “rinascita” di Amnesia con il nuovo capitolo Amnesia: Rebirth, sviluppato dagli stessi autori del primo gioco. Saranno riusciti a mantenere il podio di maestri del terrore con il nuovo titolo? Scopriamolo insieme.

Un incidente che cambiò tutto

Un incidente aereo dà inizio alla storia di Tasi, una studiosa francese appassionata di disegno e archeologia con un passato tutto da scoprire. Lei, insieme a suo marito Salim e a tutto l’equipaggio, precipitano nel deserto in territorio algerino, con poche possibilità di sopravvivenza. Senza nessun metodo di tracciamento o comunicazione disponibile, l’equipaggio inizia ad esplorare i dintorni in cerca di aiuto. Prenderemo il controllo di Tasi solo dopo qualche giorno dall’incidente: la protagonista si risveglia confusa e disorientata, perdendo la memoria di quello che è successo dopo il disastro aereo. L’unico indizio da seguire è segnato sul nostro taccuino: “Trova Salim”. Da qui parte il nostro viaggio.

La trama di Amnesia: Rebirth risulta intima e personale, incentrata su Tasi e sugli eventi che dovrà affrontare. Proveremo tutte le emozioni della protagonista: solitudine, speranza e confusione nell’affrontare un viaggio non solo alla ricerca dell’equipaggio, ma di sé stessa. Ogni scoperta farà luce su un passato doloroso, ricco di traumi ed eventi che hanno segnato la protagonista. Ricordandosi di essere incinta, si trasforma da superstite a madre premurosa, in una battaglia per la sopravvivenza della propria creatura, un atto altruista che le da forza ad andare avanti.

L’amore materno diventa un tema chiave nel gioco, influenzando anche il nostro modo di giocare. Ogni urto o ferita verrà reso percepibile al giocatore, mostrando una protagonista sofferente, appesantita, e fragile, ma che mette sempre al primo posto la salute del suo pargolo. Parlare col feto aiuterà la protagonista ad avere pensieri positivi per uscirne salvi, diminuendo la paura e creando un legame affettivo sempre più forte. Questa interazione (premendo un tasto) è in funzione delle meccaniche di gioco, ed aiuta Tasi a diminuire lo stato di terrore (come la sanità mentale del primo Amnesia) semplicemente interagendo con la creatura.

Grazie ad una narrazione ambientale, gli eventi del gioco vengono raccontanti tramite testi, lettere e cartoline situate nelle varie zone da esplorare. L’ansia e la paura aumentano scoprendo nuove macabre informazioni sui dispersi. Ogni luogo, insieme agli oggetti presenti, avrà qualcosa da raccontare, un evento passato “congelato” in uno stato di decadimento e desolazione, sensazioni che accompagnano il giocatore per l’intera avventura.

La trama di Amnesia: Rebirth risulta la parte più riuscita del gioco, colpendo il giocatore emotivamente con un susseguirsi di eventi drammatici. Anche se il titolo ha qualche momento morto meno interessante, l’attenzione rimarrà forte dall’inizio alla fine, con un finale su scelte che metteranno a dura prova il giocatore, emotivamente. Inoltre, non serve giocare il primo capitolo per comprendere la storia principale di Rebirth.

Per affrontare al meglio l’oscurità

Il gameplay di Amnesia: Rebirth risulta naturale, come se stessimo vivendo il gioco. Spingere, ruotare, tirare o premere saranno le nostre azioni principali, per interagire con gli oggetti o risolvere piccoli enigmi, spesso basati sulla fisica. Molte cose potranno essere prese solo per il gusto di farlo, romperle o osservarle da vicino, dando al giocatore piena libertà sul soffermarsi in determinate zone.

Trattandosi di un gioco horror, vivremo anche momenti di tensione, dove esploreremo edifici o grotte senza un briciolo di luce. L’unico modo per proseguire nel buio è utilizzare dei fiammiferi, utili per accendere torce e bracieri o per avere un piccola fonte di luce in mano. Con un limite di 10 fiammiferi, peraltro, dovremo razionare bene le nostre scorte. Non mancherà la fidata lampada che con un utilizzo a tempo, consuma le nostre scorte d’olio, risultando più efficace dei fiammiferi. Esplorare qualsiasi angolo celato risulterà fondamentale per fare scorta di oggetti utili che illumineranno il nostro cammino.

Non mancheranno momenti di adrenalina, con nemici e mostri ad inseguirci come nel primo Amnesia, dove guardare direttamente le creature indebolirà il nostro stato mentale. Non avremo armi a disposizione per affrontarli ma solo l’astuzia: dovremo nasconderci al momento giusto per poi fuggire. L’ansia o la paura del buio porteranno alla protagonista il propagarsi di una malattia cutanea, visibile su tutto il corpo, che superando un certo limite, coprirà il nostro schermo con conseguenza la morte.

Un gameplay praticamente perfetto nel primo gioco, ma che in Rebirth viene rovinato da scelte discutibili sul sistema di morte, risultando poco punitivo e aiutando addirittura il giocatore. Quando moriremo, non perderemo nulla delle nostre scorte, oltre all’assurdo fatto che i nemici spariranno dall’area, facendoci proseguire tranquilli. Questa cosa toglie tutta la tensione e la difficoltà nell’andare avanti, rendendo la morte un problema davvero di poco conto.

Anche gli oggetti per illuminare il nostro cammino risulteranno utili ma fino a un certo punto, in particolar modo i fiammiferi durano veramente poco. In alcune zone totalmente buie e da esplorare, si utilizza un acciarino dietro l’altro, finendoli in fretta e rimanendo in balia dell’oscurità. Questa situazione è un momento di tensione, ma anche di frustrazione, dovendo muoversi alla cieca per capire dove proseguire.

Rispetto al primo Amnesia, che presentava aree chiuse, in Amnesia: Rebirth, le zone sono spesso lunghi corridoi, dove i nemici possono essere seminati facilmente, basta raggiungere l’uscita, rovinando la sensazione di pericolo. Mentre in Amnesia: The Dark Descent, per uscire dall’area si doveva risolvere l’enigma di turno, esplorando le varie stanze con le creature in agguato, pronte a farci la festa.

Si nota chiaramente che il gioco è più lineare e “scorrevole” rispetto al primo, con più focus alla storia e alla narrazione. Basti vedere le prime ore di gioco, incentrato su lunghe camminate con dialoghi e memorie recuperate, ricordando a tratti un walking simulator. Questo cambiamento ha tradito le origini della saga, non rovinandola certo, ma togliendo la parte più horror e ansiogena caratteristica di Amnesia. Il titolo è completabile in circa 8 ore, una durata più che giusta per il genere, anche se come abbiamo già ribadito, il titolo parte troppo lento, riuscendo ad ingranare a dovere solo dopo le prime due ore.

Un inferno dai mille volti

Grazie a una bussola speciale, potremo accedere a una dimensione alternativa, guadagnando molta varietà nelle ambientazioni di gioco. Passeremo dall’esotico con lunghe distese di sabbia a luoghi futuristici ricchi di macchinari alieni, alternando tra luoghi pacifici a ostili. Ogni zona è ricca di oggetti con cui interagire, intrecciando in armonia le meccaniche di gioco con gli scenari da esplorare, mostrando una forte cura nei dettagli.

Graficamente il titolo è in linea con gli altri giochi di Frictional Games, nulla di straordinario ma con alcuni momenti visionari da ricordare. Il vero punto di forza sono i dettagli, ogni edificio e grotta contiene resti di vecchie civiltà, sculture, simboli e utensili di ogni tipo che solo il più esperto in materia riuscirà a riconoscere. I palazzi, ricchi di particolari, raccontano la loro storia solo nell’osservarli, ricostruendo luoghi affascinanti ma anche malinconici, visto il loro stato di totale abbandono. Anche modelli, texture e animazioni sono molto curate e belle da vedere, confermando l’ottimo lavoro svolto dai ragazzi di Frictional Games nel confezionare il prodotto.

Le musiche sono composte da cicli infiniti di rumori e suoni inquietanti, sposandosi bene con l’atmosfera del gioco. Pur non risultando memorabili, svolgono un buon lavoro nel creare tensione al momento giusto, adattandosi anche durante momenti d’esplorazione più tranquilli. Anche se la soundtrack ha come focus il trasmettere sensazione d’ansia, ci sono alcune tracce pensate per i momenti drammatici, riuscendo ad adattarsi completamente al gioco.

Una componente molto apprezzata sono i disegni realizzati a matita da Tasi, dove vengono raffigurati i ricordi della protagonista. Durante ogni caricamento, vedremo un disegno differente in ordine cronologico, svelandoci mano a mano il triste passato della protagonista, un metodo narrativo particolare, che crea suspense. Ogni disegno sarà accompagnato da un breve dialogo di quell’evento, toccando le corde emotive del giocatore pur risultando un’immagine statica.

Una rinascita incompleta

Amnesia: Rebirth rappresenta un ritorno riuscito anche se non del tutto, facendo storcere il naso ai vecchi fan per alcune scelte discutibili. La trama, le ambientazioni ed il comparto sonoro riescono a regalare un’esperienza coinvolgente, con una trama più chiara ed emotiva rispetto al primo Amnesia, mentre il gameplay e la struttura di gioco risultano differenti, più lineari e meno funzionali nel creare tensione.

Amensia: The Dark Descent (ai tempi) era riuscito a stupire tutti, grazie a un nuovo modo di terrorizzare i videogiocatori, mentre Amnesia: Rebirth vive sulle spalle del primo capitolo, risultando semplicemente un bel gioco – per la storia. Ha provato a differenziarsi dal primo capitolo con meccaniche differenti e modifiche al gameplay, facendo però un passo indietro. Il gioco resta un horror di tutto rispetto da avere, anche se dai Frictional Games, vista la loro fama, ci saremmo aspettati qualcosa di più.

A proposito di horror… avete già letto la nostra recensione di Broken Porcelain?

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GRAFICA
7.5
SONORO
8
GAMEPLAY
6.5
LONGEVITÀ
7

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