Quella di Harry Potter è una delle saghe più celebri e amate al mondo, nonché una di quelle che ha generato maggior scalpore dal punto di vista commerciale e che ha colonizzato maggiormente l’immaginario collettivo. All’inizio, quando J.K. Rowling scrisse e pubblicò i primissimi libri, nessuno avrebbe potuto pronosticare il successo planetario della sua invenzione. Forse neanche lei, e infatti nelle successive pubblicazioni si nota una diversa consapevolezza nella scrittura e nella composizione dell’antologia letteraria.
Le trasposizioni al cinema
Come accade in quasi tutte le pre-produzioni dei prodotti cinematografici di ampissimo respiro, il ruolo di regista viene inizialmente affidato a Steven Spielberg, il quale per diverse motivazioni abbandona quasi subito il progetto. Dopo una vasta selezione, la scelta ricade su Chris Columbus, che si era distinto per opere di indirizzo familiare come Mamma ho perso l’aereo. In effetti, il regista inglese si rivela particolarmente adatto al compito di introdurre l’universo magico di Rowling nella dimensione audiovisiva del cinema. Colori accesi, musiche iconiche – la colonna sonora di John Williams è irripetibile, insostituibile e ancora fondante -, esplorazione visiva deflagrante e fantasia accesa in ogni piccolo dettaglio – con grande merito delle scenografie: Columbus firma due buonissimi film, con un cast intuitivo che alterna giovani esordienti ad interpreti adulti di fama internazionale, e uno spessore cinematografico più che sufficiente.

La staffetta registica
Per il seguito, la regia passa momentaneamente ad Alfonso Cuarón, regista sicuramente più autorale e sopra le righe di Columbus. L’azzardo di Warner sortisce però i suoi effetti, poiché Harry Potter e il prigioniero di Azkaban è un film sorprendente: mantenendo ben saldi l’aspetto emotivo e gli elementi fantastici della storia, Cuarón aggiunge un filtro leggermente più cupo nel taglio del racconto e nella fotografia, riesce a gestire una trama intricatissima fatta di nuove rivelazioni e paradossi temporali; dirige l’unico e vero Harry Potter d’autore, il miglior film in assoluto dell’intera saga. Pur non riuscendo a replicare la grandezza del terzo capitolo, Mike Newell compie un’impresa non da poco nel trasporre la complessità del quarto libro con le giuste dosi di epica e tensione drammaturgica – le prove del Torneo Tremaghi si vestono di un inedito sensazionalismo e l’apparizione di Voldemort è memorabile.
Dal quinto atto in poi, la direzione passa definitivamente nelle mani di David Yates, ritenuto degno di assumere le redini della storia e portarla verso la conclusione. Analizzando il suo lavoro su alcuni aspetti, l’esito appare quasi impietoso: inizia con una buona opera penalizzata dagli eccessivi tagli e da qualche semplificazione narrativa di troppo e prosegue con un sesto film che non riesce minimamente a tenere il passo della potenza dell’omonimo libro; chiude con un finale diviso in due parti che dapprima sconta una staticità – quasi meditativa, interessante ma – non idonea alle caratteristiche del regista, e successivamente una pretesa di ritrovato dinamismo che non regge le aspettative di un finale di tale portata. Non tutto il lavoro di Yates è però da dimenticare: le atmosfere cupe ed apocalittiche simbolo del momento di crescita dei protagonisti, il ritmo serrato e le sequenze da thriller psicologico rappresentano trovate di sottile intelligenza che quantomeno bilanciano gli errori sopra citati.
Il passaggio alla serialità e le nuove prospettive

Dal momento in cui è stato annunciato che Harry Potter tornerà nel formato di una serie televisiva, gli spettatori di tutto il mondo sono curiosi di assistervi e di sapere come verrà rimodellato il materiale narrativo. Di certo la firma e il lavoro di Rowling saranno presenti, quindi la serie metterà nuovamente in scena gli avvenimenti dei sette libri, dividendoli nel medesimo numero di stagioni. Come abbiamo potuto osservare nell’analisi delle trasposizioni al cinema, non sempre i contenuti dei libri sono stati sfruttati a dovere, anche per questioni di durata e di tempo diegetico a disposizione. Ne consegue che la struttura di un arco seriale possa inglobare a sé tutti quei dettagli in passato omessi o archiviati, e soprattutto costruire un’epica rinnovata di riferimento per gli amanti storici dei film e per le nuovissime generazioni che non hanno avuto modo di scoprirli in tempo reale. D’altronde, la pubblicazione delle stagioni, come quella delle opere cinematografiche, si estenderà per circa dieci anni.
Aspettando l’esordio della serie, previsto per il 2026, vi lasciamo con l’articolo contenente le notizie più recenti a riguardo: https://nerdpool.it/2024/02/28/harry-potter-la-serie-tv-restringe-la-ricerca-dello-showrunner-svelati-tre-sceneggiatori/




