Marsilio Editori ci presenta l’ultimo e toccante romanzo della scrittrice anglo-palestinese Isabella Hammad. Entra il fantasma, tradotto dall’inglese da Maurizia Balmelli, cerca di raccontare la drammatica situazione in Palestina attraverso il teatro e il suo autore più rappresentativo, William Shakespeare.

Trama
L’attrice anglo-palestinese Sonia Nasir sta attraversando un periodo personale di profonda crisi: dopo la fine del suo matrimonio, ha intrapreso una relazione tossica con il regista Harold e la sua carriera teatrale si è arenata in ruoli piccoli e non soddisfacenti. Per questo motivo, decide di allontanarsi per un po’ da Londra per raggiungere la sorella Haneen a Haifa, in Israele. A differenza di Sonia, Haneen ha deciso di tornare a vivere nei luoghi d’origine della sua famiglia, insegnando all’Università di Tel Aviv e vivendo una quotidianità complessa, ma molto vicina alle sue radici.
Una sera Haneen presenta Mariam a Sonia, una regista locale molto ambiziosa che sta preparando l’Amleto di Shakespeare, in chiave palestinese, da rappresentare in Cisgiordania. Mariam chiede a Sonia se può aiutarla nella lettura delle parti di Gertrude e Ofelia poiché è ancora alla ricerca di attrici. Sonia si unisce alla compagnia teatrale amatoriale della regista e ben presto accetta di interpretare lei Gertrude. Sonia si ritrova così catapultata in una realtà del tutto diversa da quella inglese, fatta di checkpoint, ripetute richieste di permessi ma soprattutto, la difficoltà di poter fare Arte in un luogo ipercontrollato e martoriato da un conflitto che dura da moltissimi anni.
Man mano che le prove vanno avanti, la situazione politica in Cisgiordania peggiora e l’Amleto di Shakespeare diventa un mezzo per parlare direttamente della condizione palestinese e delle ferite che stanno lacerando il popolo. Il fantasma del padre di Amleto non è nient’altro che la memoria collettiva che chiede di essere ascoltata, facendo tremare l’oppressore che tenta in tutti i modi di bloccare lo spettacolo.
Guardate, si può fare la resistenza senza che sia al cento per cento politica. Capisci? Si può essere sottili, produrre una sottile critica sociale e politica, senza prediche e senza slogan..”
La condizione umana che sta vivendo Sonia la mette di fronte al suo fantasma del passato e si ritrova a fare i conti con la propria storia familiare, invadente e dolorosa. Si interroga su chi sia veramente e cosa significhi accettare le proprie origini, cercando di vederle come un punto di partenza per riscoprirsi.
Riuscirà la compagnia a mettere in scena lo spettacolo? Solo nel finale ci viene data una risposta.
Gli hai fatto paura. Per lui sei come un fantasma.. Li ossessioniamo. Ci vogliono ammazzare, ma noi non moriremo. Neanche adesso che abbiamo perso quasi tutto..”
Recensione
Negli ultimi 3 anni l’attenzione del mondo è tornata sul conflitto israelo-palestinese a causa dell’inasprimento della situazione, che ha portato soprattutto la popolazione palestinese a soffrirne maggiormente. In un territorio così colpito e martoriato, dove la speranza sta pian piano svanendo, si cerca di ritrovare la bellezza nelle piccole cose e nell’arte attorno ad esse.
Nel suo romanzo, l’autrice Isabella Hammad utilizza il teatro come strumento per raccontare la realtà palestinese senza slogan politici o una chiara critica sociale, mettendo in scena un “doppio spettacolo”. Il primo è quello effettivo, ovvero la volontà di una compagnia teatrale pressoché amatoriale di rappresentare una versione in arabo dell’Amleto di Shakespeare, tra le macerie e la polvere delle strade. I versi del drammaturgo inglese diventano per gli attori un modo per esprimere ciò che stanno vivendo in quel momento, trasformando lo spettacolo in un piccolo progetto di vita, nel quale la compagnia si confronta e cresce, diventando un comunità unita. Inoltre, gli attori possono recitare frasi potenti contro la società in “libertà”, cosa che nella loro realtà è del tutto vietato. Il teatro diventa così un luogo di resistenza culturale, di elaborazione dei traumi personali e di costruzione identitaria. Il secondo, invece, è la Palestina nel quale gli attori vivono la loro quotidianità. In questo caso, la scrittrice ha voluto mostrare come l’occupazione del territorio non sia solo un semplice evento, ma una vera e propria condizione umana duratura, fatta di controlli, permessi, precarietà politica e tensioni etniche. Non vi è bisogno di spiegare il tutto in maniera minuziosa poiché il lettore comprende la gravità della situazione solo con lo scrutare la vita ordinaria degli attori.
I due spettacoli si completano a vicenda, nel quale la politica non è solo un tema secondario ma una condizione che è presente in ogni singolo gesto, anche il più semplice come camminare per strada. La scelta di rappresentare l’Amleto non è del tutto casuale in quanto si crea, in modo naturale, un parallelismo tra la storia di Shakespeare e la condizione palestinese, in cui la corruzione del potere e l’incertezza morale risuonano concretamente senza forzature. La figura del fantasma del padre di Amleto, che perseguita i protagonisti all’inizio dell’opera, non è nient’altro che la metafora della ferita collettiva che riemerge ciclicamente nelle vite dei palestinesi. Il fantasma è anche la memoria collettiva che chiede ascolto, è la storia familiare volutamente rimossa, è il simbolo delle identità negate da un conflitto che sembra non avere fine. L’Amleto diventa un vero e proprio atto politico, un modo per far sentire la propria voce attraverso la potenza delle parole, che molte volte risultano più taglienti di un’arma. Questa sua forza emotiva spaventa l’oppressore, che cerca in tutti i modi di far zittire questa voce, con scarsi risultati.
Il fantasma di Shakespeare rappresenta anche la parte di sé che la protagonista Sonia ha cercato di evitare in tutta la sua esistenza. La sua fuga dall’Inghilterra, a causa di una crisi personale, si trasforma in un vero e proprio ritorno alle origini culturali della sua famiglia, nel quale l’ambiente che la circonda le è sia familiare che estraneo, sentendosi di vivere tra due mondi senza appartenere davvero a nessuno. Tutto quello che la circonda, dalla lingua al paesaggio, dalle tensioni politiche all’occupazione, la costringe a interrogarsi su chi sia effettivamente e cosa significhi davvero appartenere a una memoria collettiva. Durante le prove in Cisgiordania, si rende conto che la sua identità è frammentata, in bilico quella inglese e quella palestinese, e il teatro diventa così una sorta di specchio che la mette finalmente di fronte a tutti i conflitti interiori che ha ignorato fino a quel momento. Le parole di Shakespeare, i pensieri dei suoi compagni di teatro e la realtà quotidiana che vive le permettono di decidere chi vuole essere veramente.
Il risultato finale è un romanzo toccante e scritto magistralmente, la cui composizione colpisce per l’attenzione ai dettagli, alle descrizioni vivide e alla caratterizzazione dei personaggi. I luoghi sono descritti esattamente come sono, senza alcuna idealizzazione né demonizzazione di esso. L’autrice è riuscita a raccontare una situazione complessa senza cadere nel banale e usando il teatro sia come specchio della realtà che come luogo di resistenza. Il finale del romanzo non chiarisce la situazione né pacifica le due parti in guerra, a dimostrare che la complessità del conflitto è da accettare così com’è, ovvero ambiguo come la condizione umana. Il convivere con i fantasmi del passato può spaventare, ma è un qualcosa che non possiamo ignorare perché la memoria collettiva è un qualcosa da preservare per provare a immaginare un futuro senza più paure né mancanza di libertà.
Il libro lo potete trovare qui
Autrice
Isabella Hammad è una scrittrice di origini palestinesi nata a Londra. Tra le penne migliori della sua generazione per la prestigiosa rivista Granta e per il National Book Award, con Entra il fantasma – in corso di traduzione in oltre quindici paesi, libro dell’anno per il Times, il Sunday Times, il New York Times, il Washington Post e Vulture – ha vinto l’Aspen Words Literary Prize e il premio The Bridge, ed è stata finalista al Women’s Prize for Fiction. I suoi testi sono stati pubblicati, tra gli altri, dal New York Times e dalla Paris Review.

