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NerdPool > Blog > Libri > I BAMBINI DELLA TERRA SELVAGGIA di Auke Hulst: recensione
Libri

I BAMBINI DELLA TERRA SELVAGGIA di Auke Hulst: recensione

Eleonora Trevisan
26 Luglio 2025
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7 Min
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I bambini della Terra selvaggia dello scrittore, critico, saggista e musicista Auke Hulst, è un romanzo autobiografico che ha conquistato il pubblico dei Paesi Bassi, e che arriva finalmente anche in Italia con Carbonio Editore, con la traduzione di David Santoro.

Trama

Nell’Olanda degli anni Ottanta, nella grigia campagna attorno a Groninga, quattro fratelli crescono in una casa enorme e fatiscente, sotto lo sguardo muto del bosco.

Figli di genitori bohémien, Kurt, Kai, Shirley Jane e Deedee vivono un’infanzia anticonformista e felice, fino al giorno dell’improvvisa morte del padre, un buco nero nella loro esistenza.

In balia dei capricci di una madre imprevedibile, dolce e fragile, che ignora i creditori, sfreccia via in macchina per dimenticare e sparisce per giorni con l’amante di turno, i ragazzi devono reinventarsi da soli il proprio destino. La Terra selvaggia, ai margini del mondo, è il loro regno di caos e fantasia sregolata, di povertà e libertà, dove la ferita cocente della perdita si trasforma in nuvole, giochi, ricordi, sogni.

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“Si erano lasciati la Terra Selvaggia alle spalle, ma se ne sarebbero mai liberati? Gli incubi di Kai si svolgevano lì; i suoi sogni ad occhi aperti: lì.”

Recensione

Tutti i bambini degli anni Ottanta non potranno non provare una forte nostalgia leggendo questo romanzo, diventato un caso editoriale nei Paesi Bassi, osannato sia dal pubblico sia dalla critica. Forse proprio questo è il segreto di tanto successo: riportare chi legge indietro nel tempo, in quello spazio della mente e dei ricordi che tutti conserviamo con cura e che, inevitabilmente, ci porta a immedesimarci con i protagonisti.

Kurt, Kai, Shirley Jane e Deedee sono in realtà gli alias dell’autore e dei suoi fratelli, la cui storia raccontata in queste pagine è (purtroppo, per certi versi) assolutamente vera, come confermato da Auke Hulst stesso in alcune interviste. Un’infanzia piuttosto serena la loro, trascorsa nella grande casa di famiglia immersa nei boschi, dove poter correre e giocare liberamente, far volare la fantasia e sognare in grande. Ma quando il padre muore improvvisamente, la madre ha un crollo nervoso e così finisce, di colpo, la loro serenità.

I quattro fratelli si ritrovano a crescere praticamente abbandonati a loro stessi e potendo contare solo l’uno sull’altro per sopravvivere. La loro madre, enigmatica e instabile, li lascia infatti molto spesso soli, anche per più giorni, senza preoccuparsi di procurare loro nemmeno il cibo. Ma è chiaro che non è solo lei ad averli abbandonati: difatti anche le istituzioni e gli abitanti del paese, pur perfettamente consapevoli del loro stato, non intervengono mai in loro aiuto: “Gli adulti erano persone che se ne andavano: per poco, a lungo o definitivamente.” Oltretutto vengono perseguitati dai creditori: la madre è infatti piena di debiti, ma vive la sua vita senza curarsi di nulla, talmente distaccata dalla realtà che ammette apertamente il suo desiderio di mollare tutto, cambiare vita e diventare una clochard a Parigi.

In questo clima difficile il piccolo Kai (alias l’autore) scopre però il potere della lettura, in particolare di romanzi di fantascienza che riescono a trasportarlo in mondi nuovi, diversi dalla sua realtà. Parallelamente inizia anche a scrivere: la scrittura per lui è un bisogno viscerale, un impulso impossibile da spegnere, ma che tiene nascosto, segreto, nel timore di essere deriso e criticato. Eppure scrivere diventa per lui l’unico modo per provare a mettere ordine nel caos della sua esistenza e provare a immaginare un futuro diverso: “Quando le idee si assembravano nel loro mondo di carta, si arricchivano l’un l’altra. Le idee non ti tendevano un agguato per picchiarti. Non parlavano alle tue spalle. Non avevano pregiudizi sui tuoi vestiti, sul tuo corpo o sulle tue abilità sociali. Si tenevano salde tra loro. Ci si poteva costruire una cattedrale.”

Al centro della narrazione troviamo proprio la Terra Selvaggia che dà il titolo al romanzo, che per Kai e i suoi fratelli ha un doppio significato: rappresenta sia il luogo dove sorge la loro casa (fatiscente e in rovina, proprio come la loro famiglia), lontana da tutto e in mezzo ai boschi, sia una vera e propria fase della loro vita, quella in cui sono stati più liberi, indomiti e, appunto, selvaggi nell’accezione più positiva del termine. Quegli anni dove potevano sognare davvero e sperimentare con la fantasia, quando sembrava possibile costruire un razzo nel giardino di casa per raggiungere lo spazio, o girare un film su pellicola o fondare una band. Anni nei quali sono stati l’uno il rifugio dell’altro, guidati e sostenuti solo dalla forza della loro fantasia. Finché la realtà non è arrivata a presentare il conto.

La storia di Hulst è molto intensa, ma il suo raccontare è limpido e sincero, totalmente privo di giudizio o di sentimenti negativi. Si tratta di un racconto che riesce ad attraversare con grande chiarezza delle tematiche di peso: l’abbandono, la povertà, la fratellanza, l’assenza. Porta a chiedersi: che cosa significa per un bambino non poter fare affidamento sui propri genitori? E quali conseguenze ha per la sua crescita?

I bambini della Terra Selvaggia è un romanzo di formazione, ma è anche una profonda riflessione sulla costruzione dell’identità, sulla crescita in contesti svantaggiati e sulla forza del perdono.

Il libro lo potete trovare QUI.

L’Autore

Auke Hulst (1975), scrittore, critico, saggista e musicista pluripremiato, è tra le voci più originali e potenti della letteratura contemporanea olandese. Si è affermato con I bambini della Terra selvaggia (2012), romanzo autobiografico che ha conquistato il pubblico dei Paesi Bassi ed è diventato subito un bestseller, arrivato oggi alla  ventunesima ristampa. Il libro ha ottenuto diversi riconoscimenti tra cui, nel 2013, l’ambitissimo premio annuale del magazine “Cutting Edge”.

ARGOMENTI:carbonio editoreRecensione
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