Quanto siamo disposti ad “abbattere” per un lavoro? Spoiler: letteralmente chiunque si metta sulla nostra strada.
Se pensate che la crisi di mezza età sia comprare una moto, ripensateci. In Corea, se ti licenziano, la tua unica via d’uscita potrebbe essere un bel bagno di sangue. E chi meglio di Park Chan-wook — il maestro della violenza stilizzata, colui che ha reso la vendetta arte — poteva raccontarcelo?
Dopo averci regalato capolavori barocchi come Oldboy e l’elegante Mademoiselle, Park torna con “ No Other Choice – Non c’è altra scelta”, un film che prende l’ansia da prestazione e la frustrazione da curriculum e le mescola in un cocktail esplosivo di thriller noir e commedia nerissima.
La drammatica trasformazione del “Sig. Qualsiasi”

Il protagonista è Yoo Man-su, l’impiegato archetipo: cappotto triste, vita tranquilla, mutuo da pagare. In altre parole, è il noi di tutti i giorni. Il suo dramma inizia non con un tradimento, ma con un banale, spietato licenziamento.
In una società (coreana, ma diciamocelo, mondiale) dove la tua identità è strettamente legata al tuo badge, perdere il lavoro è un collasso esistenziale. Man-su non perde solo lo stipendio, perde il diritto di esistere dignitosamente.
La genialità di Park sta nel prendere questa frustrazione iper-reale e spingerla al limite. Man-su, disperato per trovare una nuova occupazione, compie un gesto estremo e ridicolo: pubblica un annuncio di lavoro fittizio… e poi inizia a eliminare i candidati per ridurre la competizione!
Questo non è solo un omicidio per dispetto, è la satira perfetta sulla ferocia del mercato del lavoro. In un sistema dove tutti combattono per pochi posti, Park ci suggerisce con un’alzata di spalle: perché non rimuovere fisicamente la concorrenza? È il capitalismo spinto alla sua conclusione più assurda e sanguinosa.
Dalla scalata sociale al thriller globale

” No Other Choice – Non c’è altra scelta” si inserisce nel filone d’oro del cinema sudcoreano che ha conquistato il mondo con la sua onestà brutale sulla disuguaglianza.
Mentre “Parasite” di Bong Joon-ho usava la topografia (le case sopra e sotto) e l’odore per raccontare la lotta di classe in modo esplicito, e “Burning” di Lee Chang-dong trattava l’alienazione con un’ambiguità ipnotica, Park Chan-wook usa un approccio diverso:
- Bong (Parasite): È una guerra di trincea tra classi.
- Lee (Burning): È la depressione di un giovane che non può permettersi la vita del ricco.
- Park (No Other Choice – Non c’è altra scelta): È la regressione individuale. È l’uomo comune che, messo alle corde dal sistema, si trasforma nel mostro necessario per sopravvivere.
Tutti e tre i film urlano la stessa cosa: la pressione coreana (e globale) ti distrugge, e la violenza o la vendetta sembrano essere l’unica risposta emotivamente plausibile quando la società ti ha tolto tutto.
Perché funziona?

Il cinema coreano, da anni, ha trovato la formula magica: prendi un problema sociale serissimo (precarietà, competizione, assenza di mobilità sociale) e avvolgilo in un genere cinematografico irresistibile (thriller, noir, horror).
” No Other Choice – Non c’è altra scelta” riesce a farti provare empatia per un assassino perché capisci le sue motivazioni, pur condannando le sue azioni. È una risata amara, un brivido freddo, che ti lascia con un unico, scomodo pensiero:
Se fossi disperato quanto lui, quanto sarei disposto a spingermi oltre per mantenere la mia vita in piedi?
Dopotutto, il successo globale di queste pellicole non è un caso. In un mondo di lavori precari, mutui impossibili e competizione sfrenata, tutti noi, in fondo, stiamo solo cercando di non finire come l’impiegato licenziato che ha deciso che la sua unica “scelta” era farsi giustizia da solo.

No Other Choice – Non c’è altra scelta: Non c’è Altra Scelta è al cinema dal 1° di gennaio
