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TACCUINI 1922-1939 di Marina Cvetaeva: recensione

Il 22 marzo è uscita in libreria, edita Voland, la raccolta dei Taccuini 1922-1939 di Marina Cvetaeva, una testimonianza fondamentale della vita dell’autrice nel suo periodo di lontananza dalla madrepatria. Questa raccolta segue la precedente (Taccuini 1919-1921), sempre a cura di Voland e pubblicata nel 2014, che copriva gli anni invece immediatamente precedenti al suo abbandono della Russia. Entrambi sono stati tradotti a cura di Pina Napolitano.

Trama

taccuini dell’emigrazione di Marina Cvetaeva sono stati per anni testimoni nascosti e fedeli compagni della vita della poetessa. Scritti durante il suo allontanamento dalla patria, tra il 1922 e il 1939, la accompagnano a Berlino, poi a Praga e a Parigi, fino al ritorno in Unione Sovietica. In queste tracce accennate ma molto toccanti, tra prosa e poesia, troviamo molto sui figli Georgij e Alja, sui tentativi di far quadrare il sempre più misero bilancio familiare, sull’evoluzione del rapporto epistolare con lo scrittore russo Pasternak, oltre alle riflessioni sul destino della patria lontana.

“La poesia è (per cominciare) uno stato d’animo, e per non finire un modo di essere, inesorabilmente messo per iscritto. Tra “quanto vorrei” (scrivere) e “non penso di non” (idem) si apre tutto l’abisso tra il dilettante e il martire”.

Recensione

Nel maggio del 1922 Marina Cvetaeva arriva insieme alla figlia Alja a Berlino, allora centro di una vivace emigrazione russa. Sono i primi giorni di un esilio dalla madrepatria che durerà ben 17 anni: per raggiungere il marito, Sergej Efron, Cvetaeva aveva lasciato la Russia, per tornarci solo molti anni più tardi, nel 1939.

I suoi taccuini la accompagnano fedelmente in tutto quel tempo, come strumento fondamentale per il suo lavoro, ma non solo. Al loro interno vi possiamo infatti trovare i riferimenti a tutti gli eventi cruciali della vita della poetessa. Lettere mai terminate, aspre osservazioni e bozze di poesie, si trovano mischiate a liste della spesa, elenchi di debiti e promemoria vari.

“La struttura stessa del testo tende sempre più, col passare degli anni, a divenire a tutti i livelli un eterogeneo fragmentarium” scrive Pina Napolitano nella prefazione.

Sembra quindi che i taccuini mettano in evidenza un frammentarsi, col passare del tempo, della vita stessa della Cvetaeva: lei che proprio dalla sua vita traeva nutrimento per i suoi lavori. Non aiuta il fatto che di alcuni taccuini siano sopravvissuti solo ritagli o singoli fogli, e che molte parole o intere frasi e pagine siano andate perdute. Questo senso di incoerenza lo si avverte anche a livello linguistico: russo, francese e tedesco si alternano negli appunti, lingue che la poetessa conosceva molto bene. A ciò si aggiunge l’intervento a più riprese dei figli Alja e Mur e del marito Sergej, sia in dialoghi riportati da Marina, sia direttamente di loro pugno.

Fredda
Fatale        Pazza, finché non farò a meno
Infelice

Proseguendo con la lettura si può notare, purtroppo, una sorta di progressivo distacco dalla vita. Cvetaeva esprime come una rassegnata accettazione della fine, forse un indizio di ciò che succederà pochi anni più tardi. Infatti, dopo il ritorno in patria, Cvetaeva sceglierà di porre fine alla sua vita.

Eppure la traversata di quasi una settimana a bordo del piroscafo le ispira un magnifico pezzo di scrittura che è il mio preferito dei Taccuini. La scrittura di Cvetaeva, liberata dalle incombenze del quotidiano, “torna a sciogliersi in un flusso continuo”, scrive Pina Napolitano. Il risultato è un brano vibrante e pieno di colore:

“La schiuma delle onde era color lampone, mentre in cielo, in un lago verdastro, spiccavano dei caratteri d’oro. (…) Ho seguito con lo sguardo il sole, è tramontato nel cielo terso, il mare lo ha inghiottito. (…) Il Mar Baltico di un blu divino”.

Tutto sembra per un attimo riconciliare Cvetaeva con la vita. Ma è un’impressione momentanea, destinata a svanire immediatamente una volta che la nave arriva a destinazione: “La mattina mi sono svegliata, ho pensato che i miei anni sono contati (poi lo saranno – i mesi…) Sarà un peccato. Non solo per me stessa. Perché nessuno come me – ha amato tutto questo”.

E infine, l’ultima nota dei Taccuini, purtroppo, ci rivela ciò che accadrà di lì a breve: “La mattina mi sono svegliata, ho pensato che i miei anni sono contati (poi lo saranno — i mesi…). Addio, pianura! Addio, aurora! Addio, mia! Addio, patria! Sarà un peccato. Non solo per me stessa. Perché nessuno — come me — ha amato tutto questo”.

Trovate questa incredibile raccolta QUI.

L’Autrice

Nata a Mosca nel 1892, Marina Cvetaeva è una delle voci fondamentali della poesia russa. Nel 1910 pubblica a sue spese la prima raccolta di versi. Pubblica negli anni saggi poetico-critici, prose autobiografiche e memorialistiche, pièce teatrali, traduzioni dal francese e dal tedesco. Lasciata l’Unione Sovietica, vive a Berlino, Praga e Parigi. Nel ’39 decide di rientrare in patria. Evacuata dopo l’invasione tedesca della Russia, pone fine ai suoi giorni il 31 agosto 1941. Di Cvetaeva Voland ha pubblicato Le notti fiorentine (2011), Taccuini. 1919-1921 (2014) e Ultimi versi. 1938-1941 (2021).

La Traduttrice

Pina Napolitano è pianista, docente e musicologa. Vanta un respiro intellettuale che le ha permesso di specializzarsi in lingue dell’Europa Orientale e di essere traduttrice letteraria dal russo.

La poetessa Marina Cvetaeva ci regala una parte di sè in queste tracce accennate ma molto toccanti, tra prosa e poesia.

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