Ci sono film che sfidano il pubblico non con la provocazione, ma con la dolcezza. Che non impongono il loro linguaggio, ma chiedono allo spettatore di essere, in qualche modo, accolti. Il Dracula di Luc Besson è uno di questi. Un’opera per molti versi spiazzante, che gioca con uno dei miti più noti e per certi versi abusati dell’immaginario gotico e della fiction in generale per farne qualcosa di nuovo, di diverso, e di profondamente intimo.
Il regista francese — da sempre abituato a muoversi sul confine tra realismo e sogno, azione e poesia — prende il mito del vampiro e lo svuota dell’orrore per riempirlo di malinconia. Il suo Dracula non è un predatore crudele, né un seduttore demoniaco. È un uomo spezzato, inchiodato all’eternità da una maledizione che ha finito per fargli perdere scopo. Una creatura antica, sola, ironica, in cerca non più di sangue, ma di un senso. Che può venire solo, inevitabilmente, dall’amore.
Per capire il film di Besson bisogna prima dimenticare ciò che ci si aspetta da un film su Dracula. Dimenticare la teatralità barocca del capolavoro di Coppola. Dimenticare le inquietudini esistenziali di Murnau e Herzog. Dimenticare la sensualità mostruosa del vampiro come metafora della tensione tra Eros e Thanatos. Il Dracula di Besson è prima di tutto un uomo che ha smesso di essere simbolo per diventare semplicemente un corpo. Un corpo immortale, certo: ma – in molti modi – stanco. Un’anima svuotata, che vive ai margini del mondo moderno come un relitto affascinante e inutile.
Del resto, quella del Conte Vlad Draculea è una storia realmente immortale, che si può raccontare in mille modi differenti. C’è la suggestione gotica epistolare del romanzo, c’è l’estetica gotica vittoriana di Coppola, c’è la visione oracolare e mostruosa dei vari Nosferatu. C’è il principe delle tenebre, il signore dei lupi, c’è perfino quello demenziale dei cartoni animati. E sono tutte sorprendentemente valide, a modo loro. Ma qui siamo davanti a un’operazione differente.
Besson non cerca infatti di riscrivere fedelmente il romanzo di Bram Stoker (a cui io personalmente sono legatissimo, come pure all’affascinante seduttore di Gary Oldman), ma si affida comunque alla sua atmosfera, alla sua malinconia romantica. Si concentra su ciò che nel testo originale è solo accennato: l’amore perduto, la possibilità di redenzione, il dolore della separazione. Il suo Dracula osserva il resto del mondo dal suo castello, ma non come un signore delle tenebre: piuttosto come un re decaduto. Le ricchezze non gli interessano, la caccia non gli interessa. Non più. Si è stancato del mondo e della sua indifferenza, un mondo che per tanti versi rigetta l’amore, il suo modo di vedere l’amore: che è possesso reciproco, certo, ma figlio di una visione romanticista ormai impossibile. Ed è proprio questo a renderlo l’unica cosa ancora degna di essere vissuta.
Tu esti dragostea vietii mele
Una delle scelte più audaci di Besson è quella di accostare al tono gotico della storia una leggerezza quasi fiabesca. Il film è disseminato di momenti ironici. Dracula interpretato da Caleb Landry Jones è elegante, spaesato, tragico, a volte anche perfino buffo. È un vampiro che ride di gusto, che gioca, che scherza — e questa è forse la cosa più scandalosa per chi si aspetta il solito mostro. Ma è anche un vampiro che sanguina, che soffre, che ama, con un’intensità disarmante per qualsiasi essere umano.
Questo, paradossalmente, lo riporta proprio alle origini letterarie del mito. Il Dracula di Stoker era un predatore, ma anche un uomo incapace di morire, condannato a vivere nel rimorso. Quello di Coppola era un principe gotico che a malapena riusciva a contenere la sua fame bestiale e la sete vampirica. Besson prende quella condanna e la trasforma in qualcos’altro: una sorta di romanzo di formazione sul vero senso del donarsi. Dracula qui non è più il villain, ma il protagonista di una storia d’amore disperata, tragica, incredibilmente tenera, con alcuni momenti da commedia romantica – badate bene, di quelle ‘vere’, non le stupidaggini all’inglese – e fortissimi lampi di umanità dolorosa. C’è una scena, in particolare, dove Landry Jones porta una battuta con una sfumatura così disperata, così profonda – meravigliosamente ripresa da Simone D’Andrea, che lo doppia nella versione italiana – che basta una singola parola a spezzare anche l’animo dello spettatore più duro.
Entrate e lasciate un po’ della felicità che recate
Le scene più intense non sono quelle in cui Dracula si abbevera del sangue delle sue vittime, ma quelle in cui lo vediamo muoversi tra la variegata umanità che colora la Parigi di Besson – che qui sostituisce la Londra vittoriana – dove il mostro diventa più outsider, uomo fuori dal tempo, principe gotico di un’epoca dimenticata. Qui avviene l’incontro con Mina, un momento dove la seduzione passa in secondo piano: c’è invece timidezza. Non c’è il dominio del vampiro, ma piuttosto quel desiderio di reciprocità, di risvegliare il ricordo – appunto – di quell’amore perduto, ma non dimenticato.
In questo contesto, i co-protagonisti spiccano ciascuno nel suo. Mentre Johnatan Harker (Ewen Abid) risulta alla fine abbastanza scialbo e dimenticabile – l’unica scena degna di nota è proprio confronto con Dracula, e non certo per merito suo – il ‘buon prete/Van Helsing’ di Christoph Waltz è invece un personaggio solidissimo, su cui s’incentra molta dell’ironia di cui Besson riempie il film. E se la Mina/Elizabeta di Zoe Sidel riesce ad essere a suo modo anche molto magnetica, soprattutto nelle scene flashback, a rubare davvero la scena è la nostra Matilda De Angelis, una favolosa Maria – che riprende l’amica Lucy del romanzo stokeriano – servitrice del vampiro ben consapevole della sua condizione, letale quanto sensuale quanto perfino buffa. Imperdonabile, per quanto mi riguarda, la totale assenza delle mogli di Dracula: ma forse, in questo racconto così intimo, sarebbero state fuori posto.
Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti
Il vero cuore del film, lo dicevamo, è in quell’amore fuori tempo massimo, assoluto, nelle intenzioni, nei modi, nelle speranze. Non c’è alcuna sensualità sfacciata, o il classico erotismo vampiresco – che pure non manca, beninteso, con una trovata interessante a spiegare l’innato e irresistibile carisma del conte. L’amore tra Dracula e la sua amata è struggente perché impossibile, e nella sua impossibilità diventa epitomo dell’amore stesso. E proprio per questo, qualcosa di potentissimo. Dracula ama perché per la prima volta da secoli ritrova l’amore, e quel sentimento lo rende di nuovo vivo. Ma, come ogni grande storia che nasce sotto una maledizione, anche questo è destinato a finire nel sangue. Una fine che stavolta sarà però purificatrice.
Besson costruisce tutta la seconda metà del film come una discesa verso la consapevolezza, scandita in maniera mirabile dalla straordinaria colonna sonora di Danny Elfman: Dracula capisce davvero che l’unica redenzione possibile risiede proprio in quell’amore che lui tanto cerca. Nel sentimento vero, però: non in quello posticcio, nell’ossessione e nel possesso possesso. Invece, nel reale sacrificio che è poi il significato più intimo di quel sentimento che tanti poeti ha ispirato nei secoli. Stucchevole? Forse. Ma non per questo meno efficace, in un mondo dove tutto diventa sempre più effimero e dove l’amore si compra a pochi click.
Il nostro amore è più forte della morte
Dracula di Luc Besson non è un film per tutti. Chi cerca l’horror classico ne resterà deluso. Chi spera in un film d’azione, pure. Ma chi ama il cinema che osa reinventare i miti con uno sguardo personale e poetico troverà in quest’opera qualcosa di raro. Non un capolavoro — perché il film ha momenti di stanchezza e qualche caduta di tono — ma un oggetto cinematografico prezioso, che parla con sincerità a chi crede ancora nel Romanticismo (in senso letterario, proprio…).
In un’epoca in cui il cinema horror o presunto tale è dominato da franchise vuoti e reboot senz’anima, Dracula si prende il rischio più grande: quello di essere fragile, malinconico, diverso dal solito. Così Besson firma uno dei suoi film più personali. Un’opera che sa ridere di sé, ma non rinuncia mai all’emozione. Che gioca con il mito solo per ricordarci che, in fondo, Dracula non è che uno specchio in cui vediamo riflessa la nostra paura più grande: quella di restare soli.


