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La prima ora scorre bene, tiene incollati allo schermo, ma lascia addosso un retrogusto di occasione mancata. Dopo anni di costruzione, di escalation narrativa e di minacce sempre più imponenti, lo scontro finale appare meno denso e meno combattuto di quanto ci si potesse aspettare. Il Mind Flayer che rimane sostanzialmente immobile a “farsi arrostire” risulta poco credibile e, soprattutto, poco coerente con la portata del nemico che la serie ha saputo raccontare nel tempo. Un confronto più aspro, più disperato, avrebbe probabilmente restituito maggiore peso a tutta la mitologia costruita stagione dopo stagione.
Di contro, uno degli aspetti più riusciti dell’intero finale è senza dubbio l’evoluzione di Will. I suoi poteri, finalmente messi in primo piano, risultano solidi, inquietanti e narrativamente potentissimi. È una scelta che funziona e che dà nuova centralità a un personaggio spesso relegato al ruolo di “sensore del male”. Qui, invece, Will diventa davvero parte attiva dello scontro. Ed è tosto, nel senso migliore del termine.
La seconda parte del finale, quella più intimista ed emozionale, soffre invece di una diluizione eccessiva. Le scene sono curate, ben recitate, ma spesso prevedibili. Per una serie di una bellezza visiva e narrativa forse mai vista prima in casa Netflix, l’epilogo emotivo appare già visto, quasi rassicurante. Non sbagliato, ma sorprendentemente poco audace.
Restano poi alcune domande irrisolte che pesano più di quanto dovrebbero. Che fine hanno fatto i militari? Dopo eventi sconvolgenti, aperture dimensionali e catastrofi evidenti, davvero Hawkins è tornata semplicemente alla normalità? Dopo diciotto mesi, la città non è più sotto i riflettori, non è più oggetto di attenzione governativa o mediatica? Che fine ha fatto Vickie Dunne? La sensazione è che il mondo esterno sia stato archiviato troppo in fretta, come se tutto potesse essere riassorbito senza conseguenze.
Ancora più sorprendente è l’assenza quasi totale, nella seconda parte, di un personaggio chiave come Murray Bauman. Pur essendo stato spesso poco presente sullo schermo, Murray è stato determinante in molte operazioni cruciali, incluso il finale. Eppure non gli viene concesso spazio, nemmeno minimo, nel momento conclusivo. Una scelta difficile da comprendere, soprattutto considerando il valore narrativo e umano che il personaggio ha sempre portato alla serie.
Dare un voto al finale è complicato. Forse impossibile. Perché Stranger Things resta comunque una serie favolosa, un punto di riferimento, un fenomeno culturale capace di segnare un’epoca. Anche quando non osa abbastanza, resta sopra la media di quasi tutto ciò che la circonda.
L’auspicio è uno solo: che Netflix riesca, in futuro, a produrre altre serie di questo livello, capaci di costruire mondi, personaggi e legami così forti. Perché, al netto delle critiche, Stranger Things ci ha regalato qualcosa di raro.
E tra i tantissimi personaggi memorabili che popolano questo universo, per chi scrive ce n’è uno che spicca sopra tutti: Murray Bauman. Il migliore.


