Dal Lucca Comics è scoppiata la polemica: un caso che mostra come, nell’era della verità dei post, anche un gesto di stima possa trasformarsi in detonatore politico
La vita a volte è molto molto strana, anche se sei Zerocalcare. Forse soprattutto. Ti scatti una foto col tuo idolo e senza che te ne accorgi accendi la miccia per una polemica politica interplanetaria.
Questo Lucca Comics non è stato scevro di dissing: nei giorni antecedenti all’evento era già stato sollevato più di un problema sulle cifre folli richieste per incontrare il maestro Tetsuo Hara e ottenere un suo autografo o una sua tavola, con biglietti che andavano da circa 1.750 euro fino a 12.600 euro (formula ‘Vip’ per la quale, secondo Anime Import e tenendo conto solo degli incontri privati e della vendita delle litografie, avrebbe incassato una cifra complessiva di 49.450 euro). Tra le storie più divertenti nel suo essere follemente sgangherata c’è l’avventura vissuta da Leo Ortolani, che è stata una voce di dissenso nei confronti della ‘formula Vip’ – dissenso che avrebbe offeso Hara così tanto da richiedere il posizionamento di un separè al ristorante pur di non condividere la sala con Ortolani.
Il biglietto ‘vip’ e la resistenza curda
Leggenda lucchese o spettacolare dissing che solo qui poteva accadere a parte, torniamo al punto della questione, la foto. E per farlo bisogna ripartire, come spesso accade nelle grandi storie, dall’Alpha e Omega. Hideo Kojima, il visionario autore di Metal Gear Solid e Death Stranding, e Zerocalcare – al secolo Michele Rech – si incontrano nei corridoi della manifestazione. Una foto, un sorriso, un libro in mano: l’edizione giapponese di Kobane Calling, la graphic novel con cui l’autore romano raccontò la resistenza curda contro l’Isis.
Il fumetto, pubblicato in Giappone da Bao Publishing, è considerato da Ankara un’opera “politicamente sensibile”: in Turchia, infatti, lo YPG – le Unità di Protezione Popolare celebrate nel libro – è ritenuto un gruppo legato al PKK, classificato come organizzazione terroristica. I media turchi non hanno perso tempo: titoli indignati, accuse di simpatia verso il terrorismo, richieste di censura. In poche ore, il post ha superato i quattro milioni e mezzo di visualizzazioni.
Poi, il disastro. Travolto dalle critiche provenienti dalla comunità turca, Kojima cancella la foto dai suoi social.
Non proprio un esempio lampante di crisis management.
Zerocalcare: “Condannato alle calvizie per le mie opinioni scomode”
Zerocalcare ha scelto di rispondere a modo suo: con un video, nel suo consueto stile ironico e autoironico. “Ho beccato Kojima a Lucca, il Gesù Cristo dei videogiochi”, racconta tra le risate, ricostruendo l’incontro. E spiega: “Gli ho portato il libro perché me l’ha chiesto l’editore. Il giorno dopo vedo che ha tolto la foto, apro internet e trovo duecento siti turchi che dicono che Kojima sostiene il terrorismo. Povero maestro, non ti volevo mannà carcerato!”.
Zero, ovviamente, che conosce bene e spesso critica queste dinamiche, ha chiosato il video prendendola a ridere: “Non posso più andarmi a fare un trapianto di capelli in Turchia. Sono condannato alle calvizie per le mie opinioni scomode”.
C’è un precedente, però: già nel 2021, la presenza di una bandiera del PKK nella serie Strappare lungo i bordi su Netflix aveva scatenato un’ondata di critiche simile. Ma nel frattempo, Bao Publishing ha mantenuto online una seconda foto dei due autori, questa volta senza Kobane Calling in primo piano.
Kojima e il suo management, invece, non hanno rilasciato alcun commento ufficiale.
Social Gear Saga
La vicenda tra Zerocalcare e Hideo Kojima è uno di quei cortocircuiti culturali che ricordano quanto il ‘gioco’ non finisca mai davvero solo sullo schermo. Il maestro da anni usa i videogiochi per riflettere sull’etica della guerra, la manipolazione mediatica e la perdita di empatia. Sniper Wolf, uno dei tanti personaggi della Metal Gear Saga, è curda.
È bastata però una semplice foto per dimostrare che, nel mondo digitale, nell’era della verità del post, non contano più le intenzioni ma le reazioni. L’autore che ci ha insegnato a dubitare delle narrazioni imposte si è ritrovato travolto dalla stessa macchina del fraintendimento che i suoi personaggi combattono da sempre. L’uomo che ha denunciato la violenza e l’abuso di potere si trova accusato di appoggiarli.
C’è un’ironia sottile, quasi tragica, in tutto questo. Perché Metal Gear e Death Stranding non sono mai stati solo videogiochi, ma esperimenti morali, domande aperte su cosa significhi restare umani in un sistema che ti spinge alla disumanizzazione. Ed è tremendo il pensiero che non sia l’algoritmo a rendere ogni gesto una provocazione politica, ma gli utenti: quelli che magari le saghe di Kojima se le sono giocate, le hanno amate, si sono emozionati e divertiti.
È il vero “gioco più grande di tutti”: quello della percezione pubblica, dove il premio non è vincere ma sopravvivere al fraintendimento, alla Spirale del Silenzio. La folla vince ancora una volta, no? Basta una shitstorm – anche se l’ironia di Zero è emblematica in questo: si può scherzare su questa iperconnessione che rende sempre tutto così impossibile da gestire, su questo flood continuo dove c’è un eterno presente senza secolarizzazione alcuna, animato da un conservativismo sterile e ignorante per il quale l’unico modo per vincere davvero sarebbe smettere di giocare.
Ma purtroppo nessuno di noi può farlo davvero. Neanche il maestro Kojima.



si ma questo zerocalcare potrebbe accendere il cervello, poteva immaginare e come finiva visto che lui stesso è pieno di haters?