Questa long-term review forse esce un po’ fuori tempo massimo, ma ho deciso che non m’importava. Inseguire i click per dare a voi un prodotto frettoloso e raffazzonato non è, e non sarà mai, la politica di questa redazione. Ed è necessario che sia così: non si può parlare di un titolo come Oblivion: Remastered senza averci passato sopra una discreta quantità di ore. Nel mio caso sono state circa 25, e ancora mi sembrano poche. Sono arrivato a un livello considerato tipicamente mid-game e ho visto una certa varietà di situazioni, positive e negative. Se vi va, ve ne parlo nelle prossime righe. Ma attenzione: non sarà la solita recensione, forse.
Facciamo un passo indietro. È il 2005-2006, ho 19 anni. Quell’estate mi sarei diplomato, non sapevo ancora che l’Italia avrebbe vinto i Mondiali, a settembre avrei iniziato una carriera universitaria stanca e dagli scarsi risultati. Sono anni belli per l’industria videoludica su PC. Se mi sforzo posso quasi sentire dentro quella specie di speranza per il futuro che ancora mi faceva bruciare di passione, giovinetto io. Ci eravamo goduti GTA Vice City, Warcraft III, Diablo II, ben due Civilization (il III e il IV, per quanto mi riguarda) e tanto tanto altro. Non è ancora iniziata l’era della pervasività omnicomprensiva di internet, soprattutto nella piccola provincia italiana. L’unico modo per restare aggiornati era tramite le grandi riviste cartacee di settore – che non ringrazierò mai abbastanza per aver nutrito per anni la mia fame di nuove avventure. Era il n. 107 di Giochi per il mio computer che titolava, in copertina, l’esclusiva per il seguito di The Elder Scrolls III. Si chiamava Oblivion e prometteva un sistema di gioco completamente nuovo, già rivoluzionato da Morrowind e portato adesso ancora di più ai massimi livelli.
Ricordi brucianti
Per la prima volta, mi trovo di fronte a un Cancello dell’Oblivion. Ricordo ancora la sensazione. Fu disarmante. Qualcosa di mai visto prima. Cyrrodil è un mondo vibrante di colori, quasi come se qualcuno avesse tirato una mano di pastello su, beh, tutto. Poi, all’improvviso, la sensazione di urgenza dovuta all’importante missione assegnata – trovare l’umile monaco Martin e rivelargli di essere l’ultimo erede ancora in vita della dinastia dei Septim, gli imperatori di Tamriel, per fermare i piani di un misterioso quanto potentissimo culto demoniaco – collassa e diventa concretezza, crisi, irreparabile, inarrestabile. La ridente cittadina di Kvatch cessa di esistere, distrutta in una notte da un invasore proveniente da un altro mondo. Da un altro piano di esistenza. Un antico nemico creduto sconfitto che aspettava solo il momento propizio per colpire, tramando nell’ombra da anni. Una fauce di fuoco, pietra e magia si apre davanti a me. Orde di demoni ne vengono fuori. Ricordo distintamente di aver pensato che dovevo fare questa cosa, ma non avevo nessuna voglia di farla. Non volevo varcare quella che era figurativamente e letteralmente la soglia dell’Inferno. Un po’ come Frodo, ripensavo alle prime ore in gioco: non avrei mai voluto trovarmi in quella cella buia e umida, assistere impotente a un omicidio – che sembrava più un sacrificio – e trovarmi a combattere in una guerra molto più grande di me. Tuttora la ricordo come un’esperienza emotivamente scomoda. Solo mitigata dalla sensazione di trionfo arrivata dopo aver disattivato la Pietra Sigillo e lasciato crollare il Cancello su sé stesso.
Sono sicuro di aver descritto, per molti di noi, sensazioni note. Lo so perché oggi sono le stesse, identiche, provate ancora una volta, vent’anni dopo quella prima incursione nell’Oblivion. Una vita fa. Letteralmente, un altro mondo fa. Installare questa Remastered è un po’ come entrare nuovamente in quel primo Cancello. Significa varcare un portale per un altro pianeta, un altro tempo della nostra vita, che per l’occasione si è vestito a festa. Ma che sempre eco lontano rimane.
Un vecchio amico
Si, perché questo ‘nuovo’ Oblivion conserva in grandissima parte ciò che era la sua precedente versione… sia nel bene che nel male. Non starò qui ad analizzare tutte le varie feature del gioco, sono sicuro che le sapete a memoria ormai e meglio di me: dal sistema di progressione basato sull’allenamento delle skill, dal combat system al – bellissimo – altare di crafting per gli incantesimi personalizzati, tutto è com’era vent’anni fa. Con una bella imbiancata – che significa una veste grafica nuovissima e davvero mozzafiato in Unreal Engine 5. Poco da fare: uscire dalle fogne della Città Imperiale dopo la missione tutorial e trovarsi davanti quel laghetto, l’isoletta con le prime rovine Ayleid, mentre un fugace tramonto cala sulle montagne davanti a noi, resta incredibile. Si diventa improvvisamente di nuovo 19enni.
Il mondo è molto meno ‘pastello’, stavolta, e ben più realistico, grazie a un sistema d’illuminazione tutto nuovo e a una fotografia completamente ripensata. Non sono mancati rifacimenti all’UI e all’HUD, più simile a quella di TES Skyrim, e l’implementazione del fast travel fin da subito nei punti chiave della mappa; interfaccia, tra l’altro, che continuo a trovare molto macchinosa specie se giocata con un pad. La combo mouse e tastiera resta insuperabile, sia come esperienza d’uso che come navigazione che come precisione.
Tutte queste migliorie, però, seppur notevoli, non riescono a mascherare l’enorme problema di Oblivion: Remastered. Che è uno, semplice ma inevitabile: resta, senza scampo, un gioco di vent’anni fa. A livello visivo tutto è rimodernato, ed è bellissimo ancora oggi, certo – anche se qui si potrebbe aprire un’enorme parentesi sul fatto che Bethesda stessa non riesca a far uscire TES VI senza rifilarci da dieci anni remaster, remake, rebuild e spin-off dei capitoli migliori della saga – ma rimane sempre un gioco, alla base, vecchio.
Pregi (parecchi) e difetti (altrettanti)
Il sistema di combattimento preso così com’è è legnoso e poco dinamico. Molti meccanismi di prassi sembrano stantii e già visti, come quello di reputazione che non ha assolutamente alcun impatto sul mondo e sugli npc. Le interazioni, seppur scritte magnificamente con punte di divino, rimangono farraginose e lente. La fisica degli oggetti in gioco è statica e anche solo spostare un pezzo di equipaggiamento (tenendo premuto il tasto d’interazione) diventa impossibile da gestire. Provate, per esempio, a riorganizzare una libreria in una delle case che potete possedere in-game. Ma soprattutto, Oblivion: Remastered è se possibile ancora più pieno di bug della sua versione anni Duemila.
Non è assolutamente infrequente, infatti, trovarsi davanti situazioni al limite del surrealismo, con NPC che rimangono bloccati nell’environment quando non sospesi a mezz’aria, dialoghi impossibili da completare e oggetti completamente fuori dal nostro controllo. Io, senza neanche voler citare tutte le altre piccolezze, ho assistito almeno a due casi eclatanti nel mio playthroug. Nel primo, in una escort mission in cui c’era da difendere una fattoria dall’attacco di predoni goblin, ho dovuto personalmente andare nei punti di spawn dei mostri per baitarli verso l’area della quest: erano rimasti fermi, impalati per minuti, dietro dei macigni. Nel secondo, dopo aver sconfitto alcuni Atronach della Tempesta, i pezzi del corpo dei mostri si sono sparsi lungo tutta l’arena del combattimento, sollevandosi e riempiendo lo spazio, rendendo quasi impossibile muoversi.
C’è poi l’enorme problema del bilanciamento. Il gioco questa volta offre una modalità di scaling del mondo dinamica, che si adatta al livello del giocatore per tenere sempre adeguato il livello di sfida. Ciò si traduce in un progressivo miglioramento dei nemici, che diventano più forti in base a quanto siamo forti noi. Ma, e badate bene perché questo è importantissimo, non cambiano gli ‘spawn’: cioè banalmente nelle fogne cittadine troveremo, dopo il lv17, sempre dei topi ma potentissimi, che richiederanno però colpi su colpi per essere abbattuti, perché la loro salute è scalata con la nostra di conseguenza. E questo, perdonatemi, ma ammazza l’atmosfera.
C’era una volta Kvatch
Per non parlare del fatto che certe missioni di trama, pensate per l’early game, se affrontate a livelli più alti diventano quasi impossibili. Vi riporto il mio esempio: Sono andato a Kvatch al lv23. Ed è stata un’esperienza a dir poco terribile. Pack di nemici insensatamente forti, l’IA degli NPC che li portava a tankarsi mezza stanza piena di draemora maggiori e a morire malissimo, intere stanze piene di letteralmente piccoli eserciti, l’armatura che continuava a rompersi, l’inventario continuamente pieno, le pozioni del mana che a metà questline finiscono (eh si, ho preso il segno dell’Atronach col mio Bretone)… Per carità, la missione la completi. Ma a un certo punto, verso la fine, ho dovuto abbassare la difficoltà per riuscire a superare un punto che era assolutamente improponibile. Non è stata una bella serata.
Questo non contribuisce l’esperienza di gioco e di leveling piacevole, sopratutto se si aggiunge una totale assenza di rarità dei drop: quanto è poco credibile che, superata una certa soglia, dei comuni banditi abbiano accesso ad armature di vetro o elfiche complete? Una cosa che diventa frustrante e che elimina completamente la sensazione di conquista, di ricerca dell’oggetto fuori dal comune. Pensate che è enormemente più semplice trovare una spada d’ebano incantata rispetto a un pezzo del set da Maestro Alchimista. Una follia.
Nonostante tutto questo, però, Oblivion: Remastered è un gioco a cui si può perdonare tutto. Rimane un’operazione di moneygrabbing che gioca sulla nostra nostalgia di old gamers, beninteso. Ma è una di quelle ben fatte. L’impressione plastica di star giocando un capolavoro immortale, seppur rimaneggiato, ritoccato e imbellettato, resta. Quando me ne sono dovuto staccare, in questi giorni, l’ho sempre fatto con fatica. Perfino quando stavo semplicemente allenandomi in Ristorazione nel mio Pinnacolo a Frostcrag. Una volta acceso il PC e varcato quel magico portale per il mondo di Tamriel, tornare indietro è molto, molto difficile…


