Quanto è realmente tortuoso e inospitale il sentiero che porta una squadra di cineasti a raccontare la storia di una leggenda attraverso il mezzo audiovisivo? Se da una parte si va incontro alla pericolosa e meticolosa disamina degli esperti del personaggio in questione, dall’altra si può godere delle naturali e già iconiche sfumature di un soggetto reale, dovendone ‘soltanto’ selezionare con cura le sezioni temporali da prendere in considerazione per comporre la propria interpretazione cinematografica dei fatti.

La bontà della trasposizione visiva
Dunque, il lavoro più delicato e ostico, invece che nella generazione di nuove storie, risiede piuttosto nella trasposizione più o meno romanzata di quanto avvenuto, in particolare quando si tratta di eventi già abbondantemente narrati da media di ogni tipo. Quando tale operazione avviene con lo sport, poi, si incorre in un nuovo ordine di problematiche relative a testimonianze, filmati, tifo e interpretazioni di vario genere. È infatti sul terreno della ricostruzione che la serie Senna gioca con maggior maestria la propria partita, risultando straordinariamente accurata sul piano della ricostruzione storica in termini visivi e sonori.
Fu già a partire dalla pubblicazione del primo trailer che il sentimento dominante nel grande pubblico nei confronti della serie fu quello dell’eccitazione, derivante anche dai dolci ricordi di quel capolavoro firmato Ron Howard dal titolo Rush. Tuttavia, è proprio andando a fondo di quello che si rivelerà essere un impietoso confronto tra le due opere, che la serie sul pilota brasiliano inizia a mostrare il fianco ad una serie di gravi problemi sul piano squisitamente narrativo.
Senna vs Rush: la schiacciante vittoria del cinema sulle Serie TV
‘Senna’ è difatti uno degli esempi più fulgidi che un detrattore di Serie TV potrebbe prendere in considerazione per affermare la supposta superiorità del formato lungometraggio, a causa di una serie di compromessi narrativi francamente inspiegabili, soprattutto se rapportati a quanto compiuto da Peter Morgan (sceneggiatore) e Ron Howard in Rush.
Nel lungometraggio del 2013 ispirato alla rivalità tra James Hunt e Niki Lauda, infatti, non occorrono sei episodi da 60 minuti – la durata di Senna – per abbozzare goffamente la personalità di un solo protagonista, ma, al contrario, bastano una manciata di sequenze dal potenziale drammaturgico indefinito per delineare con efficacia e raffinatezza i rapporti tra i personaggi, i caratteri di ben due protagonisti e le raffinate dinamiche emotive instauratosi tra una moltitudine di figure coinvolte.

I violenti salti temporali presenti in Senna, oltre a costringere gli scrittori a saltare generose porzioni della vita sportiva e sentimentale del pilota classe 1960, non vengono sostanzialmente mai compensati da un reale approfondimento degli avvenimenti, che si rivelano da subito una rapida successione di eventi ben trasposti su schermo – anche in tal senso sarebbe da evidenziare una gestione ripetitiva e francamente poco azzeccata della componente musicale, con un motivetto sin troppo inflazionato nel corso della serie, anche in momenti che poco o nulla rispecchiano le note in sottofondo -, ma mai realmente ficcanti sul piano della caratterizzazione.
Insomma… una ghiotta occasione persa, che, tuttavia, può aiutare a comprendere fino in fondo il complesso rapporto tra quantità e qualità, nel quale raramente la prima equivale alla seconda.

