Sperimentare, osare, rischiare, avere coraggio… su questo l’industria cinematografica del secondo novecento ha costruito parte della propria sconfinata fortuna, tanto per quanto concerne le varie nouvelle vague intellettuali che si occupavano di scolpire pietre miliari del cinema autoriale, quanto per il cinema più squisitamente di massa, da cui sembrava nascere una nuova icona ad ogni piè sospinto.
Addentrandosi nel nuovo millennio, tuttavia, un’industria dei kolossal sempre meno propensa ad imbattersi in potenziali fallimenti e la successiva crisi delle sale cinematografiche hanno rapidamente prosciugato quella feconda propensione alla sperimentazione editoriale che caratterizzò il secondo novecento, consolidando un panorama arido di novità, in cui anche e soprattutto le produzioni più blasonate preferivano navigare in acque sicure.

Un fenomeno che è possibile evincere con particolare facilità quando si osserva l’esigua quantità di icone cinematografiche nate e sviluppatosi nel corso delle ultime due decadi.
Si potrebbe obiettare a tale assunto ricordando il mastodontico universo dei cinecomic, ma in quel caso ci toccherebbe ricordare come l’MCU, così come la gran parte dei cinecomic usciti, debba la sua genesi a fumetti scritti proprio in quel prolifico novecento sopracitato.
A inaridire la proposta del cinema concepito per il grande pubblico, inoltre, non vi è soltanto la modestissima quantità di nuove proprietà intellettuali emerse, ma anche le modalità narrative con cui le reiterate icone vengono riproposte e sviluppate, ovvero adottando spesso strutture prevedibili e ancor più spesso evoluzioni drammaturgiche insopportabilmente consolatorie.
Disney e la nefasta ricetta per la rassicurazione
L’azienda che più di tutte nelle ultime due decadi ha incarnato con maggior precisione tale tendenza è senza dubbio alcuno The Walt Disney Company, sempre meno propensa a sfornare nuove proprietà intellettuali e decisamente più incline a riproporre vecchie glorie della sua età dell’oro.
Emblematici in tal senso gli innumerevoli live action prodotti negli ultimi anni, la cui genesi è direttamente collegata alla volontà di ottenere un risultato certo con il minimo rischio (i giganti statunitensi, tuttavia, non avevano fatto i conti con il possibile rifiuto di un pubblico piuttosto estenuato dalla riproposizione dei medesimi personaggi, ma, soprattutto, dalla poderosa revisione in salsa woke di tutte le storie più iconiche della storia del medium).

Nelle prossime righe andremo a ricordare uno degli ultimi prodotti di massa che abbia scelto coraggiosamente di non aderire a strutture narrative collaudate e dinamiche dal risultato certo, proponendo al pubblico un lungometraggio crudo, oscuro e capace di esprimere una profonda malinconia, mai filtrata e circoscritta da un finale consolatorio che risulti compatibile con il target di una delle saghe per giovani più prolifiche e apprezzate della storia della settima arte. Stiamo naturalmente parlando di Star Wars e di quello che con grande probabilità è il capitolo più coraggiosamente triste della saga: Episodio III – La vendetta dei Sith.
Il coraggio di rappresentare l’oblio
Se la prima trilogia di Luke aveva stabilito un registro straordinariamente a metà tra l’epico e la commedia per ragazzi, e i primi due capitoli della trilogia prequel parevano aver in parto ereditato tale approccio editoriale (anche se vi erano già delle avvisaglie piuttosto esplicite di una crudezza inedita, come nell’episodio relativo alla morte della madre Anakin e la successiva spedizione punitiva dell’allievo di Obi Wan), La vendetta dei Sith può essere considerato senza particolare timore un film profondamente drammatico, che non lascia alcuno spazio a ottimismo e facili rassicurazioni.
La lenta e avvilente discesa di Anakin nel vortice della paura inquina inquadratura dopo inquadratura la relazione con Padme, la cui consueta lucidità viene rapidamente opacizzata in virtù dell’amore per un uomo che non riesce a fare pace con il fantasma della propria madre e il timore di soccombere sotto il peso di un altro lutto.

È così che Star Wars si trasforma rapidamente in una sottile disamina delle conseguenze derivanti dallo spiacevole binomio formato da potere e paura e di come, in questi casi, l’accentramento del potere e il tramontare del sistema democratico siano le riposte più facili da alimentare.
Oltretutto, in particolare per quanto concerne la seconda parte della pellicola, la messa in scena appare sempre cruda e diretta, scevra da qualsivoglia espediente per alleggerire l’aspetto squisitamente politico, ne tanto meno quello emotivo. Il colpo di grazia è dato da un finale semplicemente straziante, sviluppato attraverso un incisivo montaggio parallelo in cui da una parte osserviamo la definitiva trasformazione di Anakin in Darth Vader e, dall’altra, la morte di Padme durante il parto di Luke e Leila, con l’ultimo avvilito respiro dedicato al padre dei propri figli: “In lui (Anakin, ndr) c’è ancora del buono… io lo so…”.

