Povere Creature!, la recensione: il sonno della ragione di Lanthimos genera (poveri) mostri

Yorgos Lanthimos, dopo La Favorita, torna alla Mostra del Cinema di Venezia per presentare in anteprima il suo nuovo, attesissimo lavoro tratto dal romanzo di Alasdair Gray, che uscirà nelle sale italiane il 25 gennaio 2024. L’autore greco propone stavolta un racconto oscuro dai toni ironici e fiabeschi, permeato della solita distopia che caratterizza le sue opere fin dall’esordio, una parabola grottesca, surreale, quasi fumettistica, un’odissea visionaria che ha conquistato il pubblico di Venezia.

Poor Things è forse l’opera più aperta al pubblico di Lanthimos, nonché quella che più potrebbe avvicinarlo alla ribalta mondiale. Il suo stile eclettico, solitamente non adattabile ai canoni del cinema di consumo, diventa in questo Frankenstein al femminile un indiscutibile punto di forza e un’arma di grande richiamo popolare. Si ride tanto, in questo film, di quel riso indentificato da Bergson come spaesamento di fronte alla deviazione dall’ordinario. Si ride, inoltre, come dei bambini, dinnanzi alle bambinesche vicissitudini di una protagonista che inevitabilmente risveglia nello spettatore un sentimento primordiale nel quale la leggiadria di risata e pianto sostituiscono – o meglio, anticipano – la ponderosità della parola.

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Nella struttura profonda del film, disegnato da una fotografia pittorica dove si alternano colori decisi e un bianco e nero più classico e in generale su un immaginario visivo roboante incrementato dagli immancabili azzardi registici di Lanthimos, troviamo l’istinto animale che guida irrazionalmente l’essere umano verso l’ingenua curiosità e la scoperta del mondo, ma anche un esistenzialismo stratificato e complesso e l’eco di una parabola femminista che con acuta intelligenza si distacca dalla sua controparte pubblicitaria, abbracciando invece la dimensione unica dell’individuo, non come soggetto i cui valori sono distinguibili in base al sesso o all’appartenenza sociale, bensì in quanto irripetibile e originale singolarità impossibile da sottoporre al vaglio di qualsivoglia preimpostata categoria.

Non a caso, in Poor Things, anche il linguaggio è imprevedibile, reinventato, avanguardistico e dadaista nel suo apparente e liberatorio caos che rifiuta la fatiscente edificazione del senso compiuto. Povere creature, recita il titolo, ma il significato non corrisponde alla solita morale favolistica secondo cui la vera mostruosità appartiene alle persone “normali” e viceversa: le creature di questo film, allo stesso modo dell’autore che le mette in scena, sono consapevolmente e orgogliosamente povere, poiché spogliate della immobilità e delle convenzioni sociali, protese verso il cambiamento, disilluse ma con ironia ed entusiasmo davanti alla nichilistica e razionale disillusione di oggi, libere di sperimentare e creare nuovi mondi che prescindono dalla ragione e dal significato.

Tuttavia, è giusto porre l’accento sul fatto che questo sia il film più “comodo” di Lanthimos, quello meno conturbante e proprio per questo indirizzato ad un pubblico molto vasto. Una scelta che sicuramente garantirà all’autore greco diversi riconoscimenti mediatici, ma che allo stesso tempo sottende una ipotetica normalizzazione. Almeno fino al prossimo film.

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