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Squid Game: la recensione della serie Netflix

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Lo ammetto, mi sono avvicinato alla serie del momento solo perché ne parlavano talmente tante persone che ho voluto capire perché un prodotto coreano che sulla carta non raccontava niente di nuovo stesse facendo il successo che ha fatto.

Squid Game è una serie scritta bene, nel senso che sa dove inserire gli elementi che acchiappano di più e lo fa al momento giusto. Di fatto è una serie che prende le mosse da un botto di altra roba, orientale e non (capostipite? di tutto ciò è il romanzo Battle Royale, al quale poi hanno fatto seguito una marea di cose tra serie tv, manga, libri e film: Hunger Games per dirne uno) cioè il gioco al massacro con uno (o più scopi).

Eppure Hwang Dong-hyuk riesce a combinare tutti gli elementi di genere in maniera nuova e la cosa più intelligente che fa è porre alla base del gioco al massacro i giochi dell’infanzia. Poi ci torno. Attorno a tutto questo l’autore vuole dipingere un affresco a pennellate grossolane di una società marcia, dove il capitalismo la fa da padrone e dove l’umanità -inteso come sentimento di solidarietà nei confronti del prossimo- è andata a farsi benedire. Che in realtà anche questo fa parte del pacchetto di questo tipo di prodotti e di solito è la parte più interessante.

Ora, a conti fatti, la serie è un prodotto super commerciale con il pregio di provenire dall’oriente e aver fatto breccia nella curiosità di un sacco di persone da questa parte del mondo. L’aveva fatto anche Parasite grazie al cielo, ma lì parliamo di un altro sport. Squid Game invece, resta comunque un prodotto commerciale, piacevole da vedere, che acchiappa benissimo, ma che da un punto di vista di contenuti e di riflessioni mette sul fuoco un sacco di cose, ma a un certo punto è molto più interessata allo svolgimento della trama e non approfondisce nulla. Anzi, spesso si perde in lungaggini inutili e noiose (c’è pure una puntata da 32 minuti che riesce ad essere noiosa). Peccato, perché vengono seminate delle cose molto molto interessanti.

E la cosa più sorprendente, alla luce di questo, è che proprio i giochi dell’infanzia (visto che ci sono tornato?) sono la cosa meno sconvolgente di tutto. In confronto al resto, il fatto che il destino di chi perde a “un, due, tre stella” si becca una pallottola in testa è Disney Channel.

Ci sarà una seconda stagione? Ci sono tutti i presupposti sia di trama che di successo globale (i numeri sono vertiginosi), ma vedremo.

Un’altra riflessione interessante è capire cosa passa allo spettatore e cosa prova a vedere un prodotto del genere. Tifo per i buoni e godimento al fallimento /morte dei cattivi. Anche questo fa parte del pacchetto di questi prodotti e anche questo è interessante.

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